www.umbertoguerra.it

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

CONCLUSIONI

E-mail Stampa PDF

L'esame sistematico dei regolaenti militari nel Regno di Sardegna a partire dal 1814 e nel primo decennio del Regno d'Italia ci ha permesso di intravvedere l'evoluzione, lenta e faticosa, del messaggio disciplinare.
Anche quello dell'esercito,infatti, della sua organizzazione e della sua vita interna, è uno scenario aperto all'interpretazione della storia. Uno scenario, oltre tutto, per troppo tempo coperto gelosamente da una fitta coltre di nebbia.
Eppure, su di esso hanno agito (e continuano ad agire) gli eventi politici e sociali; su di esso pesa (e continua a pesare) l'eredità di conflitti, bracci di ferro, privilegi, ingiustizie, conquiste. Insomma, tutto l'armamentario tradizionale che "fa la storia".
L'accostamento diretto alle norme disciplinari; il navigare tra concetti scottanti come l'obbedienza, la disciplina, la subordinazione; l'aver toccato con mano pratiche punitive che richiamano sinistramente il Medioevo: ebbene, tutto questo ha avvalorato la convinzione che allora, come nella società di oggi, il ruolo del militare è fuzionale a meccanismi assurdi che lo vedono, insieme, mezzo e vittima degli oppressori contro gli oppressi.
E' una convinzione dura da mandar giù. Ma terribilmente salda.
II processo evolutivo che caratterizza la regolamentazione militare (tuttavia immutata nella vera sostanza) tra il 1814 e il 1872, punta solo verso una sistemazione più organica e più tecnica. Magari, a tratti, attenuata dalla distillazione di elementi ridondanti, retorici e mistificatori, quasi a giustificare la vera essenza del messaggio disciplinare.
Circa la materia di regolamentazione: essa, all'inizio, è assai limitata; si espande tra il 1822 e il 1859 fino ad abbracciare temi come l'istruzione, il servizio interno di presidio: temi che vengono abbandonati nel 1872, in quanto non attinenti alla disciplina.
Le regole della disciplina, compendiate in testi distinti per ciascuna delle due armi principali (fanteria e cavalleria) fino al 1859, vengono unificate nel 1872 per tutto l'esercito.
Eppure, fin dagli albori, possiamo dire che nelle normative si parte già col piede sbagliato .
La cieca resistenza opposta da parte dei sovrani del regno sardo al vento rinnovatore della Rivoluzione francese trova subito un marchio reazionario nella presenza di elementi frenanti nei primi regolamenti trattati: quelli del 1814 e del 1840.
Così, nel regolamento del 1814, accanto a norme rigidamente autocratiche che facevano riferimento alla vendetta divina e al disprezzo degli uomini, e accanto ad atteggiamenti pseudo-umanitari che parlano di giustizia nel governo dei soldati alle armi o del dovere di esempio da parte del superiore, riemerge in modo martellante la funzionalità di tutte le norme alla garanzia della figura incombente del sovrano, forte dei suoi interessi dinastici. A suggello di questo atteggiamento del sovrano vi è la commistione, peraltro ingenerosa, fra i doveri militari e quelli religiosi, tra fedeltà a Dio e fedeltà al sovrano.
L'elemento caratterizzante del regolamento del 1872 e di quelli successivi, che ne riproducono norme e principi, è dato proprio dall'introduzione del concetto di Stato in senso moderno che si sostituisce senza traumi al trono. Diciamo senza traumi perché l'unica conseguenza immediata è la modificazione e semplificazione della formula di giuramento: quasi una formalità.
Certo, sull'ultimo regolamento trattato, e su quelli che lo seguiranno, sembra aleggiare una certa brezza di rinnovamento: si riconosce nel militare un cittadino come tutti gli altri; gli si affida (almeno formalmente) il diritto di associarsi e di aver opinioni; si attenuano punizioni e castighi anche senza mutare le discriminazioni tra truppa, ufficiali e sottufficiali.
Ma, a ben vedere, si tratta di principi e riconoscimenti vani. Conquiste destinate a scontrarsi, nella realtà, con una logica militare che ritiene ancora la subordinazione come indispensabile ed è convinta che ad essa debbano essere subordinati (rendendoli troppo spesso mortificanti) i rapporti tra gli individui. Conquiste, dunque, che una volta entrate nelle caserme, sembrano destinate a perdere, a svuotarsi, a dissolversi nel nulla.
E' una situazione che in parte esiste anche oggi.
La legge sui principi della disciplina militare, in vigore dal luglio l978, risponde infatti solo parzialmente, oltre che troppo tardi, agli scopi e alle battaglie per cui era nata: adeguare, dopo oltre 30 anni, la vita delle caserme ai dettati della Costituzione, così come avevano invocato forze politiche e sociali, opinione pubblica e movimenti spontanei sorti proprio dall'interno della stessa istituzione militare.
E' in ogni caso un dibattito ancora aperto. Di sicuro oggi l'obbedire per uccidere, per salvare i confini della patria, per l'onore, per la salvaguardia della bandiera non sono più valori sacri e inviolabili.
Se per questi valori è necessario chinare il capo e rendere un servizio alla società, allora questo tipo di obbedienza non è più una virtù, ma il più subdolo strumento di oppressione tra gli uomini.
Ma l'obbedienza, quella che nel freddo gergo militare viene indicata come subordinazione, è veramente ancora una virtù?...

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Giugno 2011 17:38  
Banner

Login

Amici on line

No
Tot. visite contenuti : 611138

L'ASINO DELLA MARCA

1. Il fingere è un vizio commune a tutti l'Uomini
           Ma il ben finger
           è una virtù particolare
           che non sta bene
           ai più savii
           e più prudenti.

Laudator temporis acti

Ulti Clocks content

CONDIVIDI

  • Facebook
  • MySpace
  • Twitter
  • Yahoo

We use cookies to improve our website and your experience when using it. Cookies used for the essential operation of the site have already been set. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information