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Home Chi naja non prova... La mia tesi di laurea IV: IL REGOLAMENTO DEL 1872.

IV: IL REGOLAMENTO DEL 1872.

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Indice
IV: IL REGOLAMENTO DEL 1872.
V/1. Dal 1859 al 1872.
V/3. Esame del regolamento del 1872.
Tutte le pagine

5.1. Dal 1859 al 1872.

Dopo l'armistizio di Villafranca, molte speranze dei piemontesi furono deluse perché il Veneto rimase all'Austria, che restava così padrona dell'intero quadrilatero, mentre si doveva tollerare il rientro dei sovrani assoluti a Parma, Modena e in Toscana e del Papa nella Romagna.
Cavour diede le dimissioni da presidente del Consiglio dei ministri, continuando, tuttavia, ad incoraggiare in Toscana, a Modena e nella Romagna, la resistenza contro il rientro dei vecchi governanti.
Nell'agosto 1859, tuttavia, la decisa presa di posizione delle popolazioni contro il ritorno dei vecchi sovrani, permise la costituzione di una lega militare di resistenza ai tiranni, che poi avrebbe incitato alla rivolta anche lo stato pontificio.
L'armata della lega, formata da forze militari toscane, modenesi, parmensi e romagnole, dopo i plebisciti si aggregò all'esiguo ma ben strutturato esercito piemontese.
Nel settembre 1859, il generale Manfredo Fanti ne assumeva il comando in capo. Il 20 gennaio 1860 il Cavour tornava al potere come presidente del Consiglio dei ministri.
Nel marzo 1860 si ebbe l'annessione, mediante plebiscito, dell'Emilia e della Toscana. Nel settembre dello stesso anno ebbe inizio la spedizione dei Mille. Garibaldi voleva chiamare alle armi i siciliani e le altre popolazioni meridionali, in una leva di massa, per liberare Roma, l' Umbria e le Marche, per poi risalire il Po e congiugersi con le forze monarchiche per liberare il Veneto.
Ma i contadini siciliani chiedevano soprattutto il miglioramento delle loro condizioni di vita. Di conseguenza non solo i contadini non risposero alla chiamata ma per reazione molti di loro si dettero al brigantaggio (154).
Nel frattempo il governo piemontese, agitando lo spauracchio dell'esercito garibaldino in marcia per liberare Roma, ottenne da Napoleone III il permesso di invadere le Marche e l' Umbria, appunto, per sbarrare la strada a Garibaldi. Il corpo di spedizione piemontese, comandato dal generale Fanti, sconfisse le truppe pontificie, espugnò Ancona e Spoleto, spingendosi fino a Capua, Gaeta e Messina.
Il 19 marzo 1861 venne proclamato il Regno d'ltalia. La creazione del Regno comportò per l'esercito la necessità di amalgamare le truppe provenienti dai territori annessi con quelle dell'esercito piemontese. Questo compito fu assolto dal generale Fanti.
Le brigate, sul modello piemontese, vennero denominate dalla città d'origine e furono effettuati scambi di ufficiali e di soldati anche se ciò sembrava un danno per la coesione delle brigate stesse. Ancora una volta si pose il problema di dover scegliere tra esercito fondato sulla coscrizione obbligatoria o un esercito di qualità con una ferma lunghissima (5 anni per la fanteria e di più per le altre armi e per i corpi speciali).
Con la riforma del 1854 l'esercito piemontese era stato modellato su quello francese, con priorità assoluta della qualità sulla quantità, con ferma di 5 anni per una piccola aliquota di 5 classi, una seconda categoria accanto ad esse, e 6 classi normali di riservisti. Ma l'esercito di qualità poteva essere adottato in un paese di radicate tradizioni militari e di polazioni dotate di un profondo senso dello Stato come il Piemonte, non certo in regioni che avevano subito, per oltre tre secoli, la dominazione straniera.

Ciò nonostante l'esercito italiano venne modellato su quello piemontese. Con il nuovo ordinamento, decretato il 25 maggio 1860, in tempo di pace l'esercito veniva diviso in 13 divisioni attive, riunite in 8 comandi militari, che allo scoppio di una guerra, venivano mutati in altrettanti comandi di corpo d'armata. Con un decreto emanato il 24 gennaio 1861 vennero istituite 6 nuove brigate. Ogni divisione contava 2 brigate di fanteria, 2 battaglioni di bersaglieri, 3 batterie d'artiglieria. Il numero degli squadroni di cavalleria venne portato da 36 a 100, il genio e i servizi vennero adeguatamente sviluppati, l'artiglieria invece rimase poco numerosa e l'aumento del calibro la rese meno mobile.
La deficienza più grave era quella dei quadri. Infatti all'indomani della spedizione dei Mille la preoccupazione del governo, dettata anche da motivi di affidabilita politica, era stata quella di sfoltire il numero degli ufficiali, divenuti 7 mila su 50 mila uomini complessivi, mentre l'esercito piemontese nel 1859 ne aveva appena 3 mila su 65 mila uomini. II problema venne risolto con un decreto del 16 novembre 1861, con data retroattiva dell'11, che liquidava l'esercito meridionale, dando ai volontari la possibilità di scegliere tra due anni di ferma e il congedo. con un mese di gratifica per i soldati, e 6 mesi per gli ufficiali. Conseguenza di ciò fu che i quadri del nuovo esercito contavano il 58% di ufficiali piemontesi, il 20% di emiliani, il 22% di toscani, anche se i piemontesi costituivano solo un terzo di tutta la truppa. Nelle tre divisioni lombarde, pochissimi ufficiali passarono dal servizio austriaco a quello sardo; perciò si provvide con promozioni di sottufficiali, e immettendo in esse dopo un corso presso la scuola militare di Ivrea, molti volontari che avevano combattuto nelle file dell'esercito piemontese.
Invece le 7 divisioni dell'esercito dell'Italia centrale furono incorporate nell'armata sarda con i loro ufficiali.
Gli ufficiali toscani davano garanzie anche se vi erano un certo numero di sottufficiali e volontari che erano stati promossi in fretta ufficiali.
Nell'esercito emiliano vi erano maggiori difficoltà, provocate dal fatto che i gradi erano stati dati solo in virtù della partecipazione alle operazioni in Veneto e a Roma del 1848-49. Furono presi anche ufficiali dell'esercito borbonico; e quasi 2 mila ufficiali dell'esercito garibaldino.
Come si può ben capire l'inconveniente più grave era l' eterogeneità delle esperienze proprie a ciascun gruppo di ufficiali. Inoltre era difficile trovare un esperto comandante di battaglione e di reggimento. Il Fanti cercò di rimediare a questo inconveniente riducendo da 4 a 3 il numero dei battaglioni per reggimento, in modo che ci fosse minor bisogno di maggiori, tenenti-colonnelli e colonnelli. Ma il La Marmora non era d'accordo e, dopo che, con la morte di Cavour, Fanti fu costretto a dimettersi e il suo posto venne preso dal Pettiti, vicino alle posizioni del La Marmora, fu ripristinata la situazione precedente.
L'esercito italiano incideva in modo preponderante sul bilancio statale, tanto che le spese per le forze armate risultavano al primo posto, tuttavia l'addestramento era approssimativo e la preparazione complessiva alla guerra insufficiente. Questa impreparazione fu messa in risalto dalla guerra del 1866. Infatti, sebbene questa volta il peso della guerra fosse sostenuto da un esercito forte di 20 divisioni, e non come nel 1859 da un piccolo esercito piemontese di 5 divisioni piene di volontà anche se alleate alla Francia e rinforzate dai volontari, tuttavia la campagna militare vide la sconfitta delle forze italiane sia per terra che per mare. Le uniche vittorie furono riportate da Garibaldi alla testa dei suoi 40 mila volontari quindi questa guerra ripropose tutti i problemi che il nuovo esercito italiano si trascinava sin dalla sua costituzione.
E' da considerarsi, pertanto, un evento fortunato il fatto che il conflitto franco-prussiano del 1870 rimanesse circoscritto e non richiedesse un intervento italiano al quale l'esercito non era in grado di far fronte. Inoltre la sconfitta della Francia, la caduta di Napoleone III, il ritiro della guarnigione francese da Roma permisero la soiuzione della "questione romana". Il 2 ottobre 1870 il plebiscito per l'unione al Regno Costituzionale d'Italia dava nella città di Roma, 40.785 sì contro 46 no.



Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Giugno 2011 17:12  
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