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PREMESSA

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«... L'obbedienza non è più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni».

don Lorenzo Milani

tesiQuesto lavoro, al di là del nobile certificato di disoccupazione che ne deriva, rappresenta per me il momento di un vero e proprio riscatto sociale e culturale. Mi sia consentito, in questa premessa, uno sfogo; non razionale né scientifico, tutto sommato agli antipodi delle pagine che costituiscono la materia che sarà trattata più avanti. 

Riscatto. Da una sorta di condanna storica. E attraverso l’accostamento allo studio, la riappropriazione della parola, dell’intelligenza ''critica'', della cultura che si respira nella società civile, dai luoghi di lavoro alle aule universitarie, dalle biblioteche ai contatti umani.

Chi ha scritto queste pagine infatti uscito per puro caso da una situazione d'ignoranza e di pseudocultura. E' uscito, quasi alla spicciolata, dall'interno dei "recinti spinati". E' uscito da una di quelle che la moderna sociologia chiama "istituzioni chiuse”; la caserma. E in caserma, si sa, non è facile sottoporre a revisione critica concetti come "Patria", "Bandiera", "Onore militare", "Disciplina", "Obbedienza".

Questo lavoro ha rappresentato per me una conquista sofferta. 28 anni, figlio di un muratore e di una casalinga analfabeta, due figli, Professione, sergente maggiore di fanteria in spe. (servizio permanente effettivo), "firmaiolo", come si dice, senza vocazione; alle spalle tutta la trafila classica: caporale, caporale maggiore, sergente. Anche ufficiale mancato per un lievissimo (0,40) scarto di punteggio: ma senza rimpianti. In tutto undici anni sonanti di servizio, di vita militare, in tre caserme sparse per l'Italia. Stipendio: 400 mila lire al mese, Soddisfazioni personali, zero. Per i miei "superiori", invece, parecchie. Soprattutto quando, alla testa dei reparti, con la banda musicale che dirigo, apro quelle parate che costituiscono il vanto e il supremo piacere dei generali e che fanno fare "bella figura all'esercito".

Questo il mio identikit, la mia piccola storia personale. Più o meno simile a quella che hanno vissuto altre migliaia di sottufficiali come me. Anche per loro è difficile "uscire dai recinti spinati".

Per me, questa specie di "evasione" è avvenuta con una scoperta. La scoperta che, dietro le quinte delle gloriose tradizioni su cui ama poggiarsi la storia militare, c'è l'amara e cruda vicenda di giovani. Resi uguali solo davanti alla leva, sradicati agli affetti e al lavoro, usati per servire, per difendere i confini, a volte anche per morire. Ho scoperto infatti, quasi improvvisamente, che la storia militare era anche questa. E. non soltanto quella che amano raccontare i generali, tutta intessuta di "eroismo", di "fedeltà ai valori militari" di "valorosa dedizione", di "sacrificio". La storia dell'esercito è legata alla società. Ed è purtroppo, legata a quella delle guerre. Di giuste o ingiuste in senso assoluto non ne esistono. Quello che è certo è che sono quasi sempre determinate da una spietata logica economica e, di conseguenza, servono più agli oppressori che agli oppressi, servono ai ricchi e non ai poveri, servono, in definitiva, più ai padroni che ai lavoratori.

Con la soddisfazione di questa scoperta, un semplice sottufficiale ha deciso autonomamente e non senza ostacoli di approfondire questa storia diversa. Dalla parte di chi le guerre le ha fatte tutte in prima fila; di chi, anche in periodo di pace, vive i disagi delle caserme. Di chi, infine, è soggetto a quelle singolari e particolari norme quasi sacre che, dentro i "recinti spinati", prendono il nome di "disciplina militare”.

Così, pur con limiti, ho cercato di affrontare il problema della regolamentazione militare relativa al periodo compreso tra il 1814 e il 1872 nello Stato sabaudo e ai primordi dello Stato unitario italiano, nato dopo il 1861.

Nell'analisi dei vari regolamenti mi sono soffermato sia sugli elementi esterni, rappresentati dalle trasformazioni storiche e culturali della società, che su quelli interni, meramente giuridici, legati alle interpretazioni e alle modificazioni del messaggio disciplinare.

La scelta del periodo 1814 1872, in pratica dalla Restaurazione alla data (due anni dopo la breccia di Porta Pia) che segna l'abolizione della consuetudine di infliggere pene corporali ai militari "indisciplinati", non è casuale, proprio in quegli anni, infatti, prende corpo una vera e propria "ideologia disciplinare militare". Ossia, per la prima volta, vengono innalzati sugli altari dell'esercito credenze, miti, norme, valori, temi, idee - forza che peseranno immensamente sui destini di chi indossa l'uniforme. Leggi e regolamenti che non hanno avuto nessuna paura dell'usura del tempo. Con il loro fardello pesante di ingiustizie, di divaricazione profonda dalla società civile, di vuota retorica, di sfiducia nelle coscienze dei giovani. Ma che sembrano dotati, quasi per magia, di un singolare potere: quello di resistere nei secoli. Al punto tale che permangono, anche se riveduti e corretti, nelle caserme italiane dopo oltre 100 anni.

Regolamenti disciplinari. Parlare di esercito significa anche parlare di disciplina. Gli alti gradi, l'élite militare, hanno sempre trovato formule suggestive per presentare (e accreditare) all'esterno le "loro" leggi: ora "talismano”, ora "catena di dipendenze", oggi addirittura, francescanamente, “regola di vita". La bassa forza, anche per questo, di fronte ai regolamenti e alle sacre e misteriose disposizioni ha provato e continua a provare timore, disagio, disorientamento. Ha comunque sempre risposto con l'obbedienza: "sull'attenti"!

Queste pagine, e soprattutto questa premessa, sono state scritte da un soldato. Con passione e con fatica, con speranza e con esperienza, vissuta.

La vastità e l'importanza della materia, però, vanno al di là dei limiti che mi ero proposto. Il progetto iniziale avrebbe dovuto, infatti, comprendere anche: le edizioni successive al regolamento di disciplina del 1872, fino a quella attuale (da pochi mesi in vigore); temi scottanti come le recenti contestazioni dei "soldati democratici", del "movimento dei sottufficiali" nelle caserme italiane; ecc. In pratica, i due anni spesi per reperire il materiale di studio e l'impegno costante per rielaborarlo analiticamente, non sarebbero stati sufficienti.

Nessuno più di me, quindi, avverte la distanza tra il progetto di un'opera e la sua realizzazione, che comunque non si chiude qui.

Ma nessuno più di me avverte anche la piena soddisfazione di avercela fatta. E di avercela fatta da uomo libero, senza stare "sull'attenti". Neanche per un attimo!

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Giugno 2011 17:53  
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           Ma il ben finger
           è una virtù particolare
           che non sta bene
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