INTRODUZIONE

Naja - Tesi
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«L'armée piemontaise fait partie de l'armé française». È il 5 dicembre 1798. L'imperioso proclama del generale in capo delle forze francesi in Italia, Joubert, segna in pratica la nascita, nella monarchia subalpina dei Savoia, di quello che gli studiosi considerano come l'embrione del moderno esercito italiano.(1) Un esercito, almeno inizialmente, di importazione francese, Anzi, per essere più precisi, di netta impostazione napoleonica. Coscrizione; cessazione, nella distribuzione dei gradi, del criterio di censo sostituito da quello del merito personale; coscienza nazionale e non più dinastica; disciplina più evoluta e sottratta all'arbitrio dei comandanti: le tematiche che trasformavano radicalmente il modello militare fino ad allora vigente nell'esercito sabaudo approdano infatti in Italia, sul finire del XVIII secolo, proprio sulle baionette delle armate francesi (2). Proprio in Francia, per giunta geograficamente assai vicina al Piemonte, si ritrovano oggi i germi del modello (organizzativo, sociale, tattico, disciplinare) di esercito che si affermerà negli anni seguenti e di cui questo lavoro si occuperà. Anche in Francia, però, il processo di trasformazione non fu lineare. Di sicuro, la lotta contro l'impero napoleonico e le ripercussioni in tutta l'Europa portarono ad un adeguamento degli altri eserciti. Bisognerà però aspettare la Restaurazione perché al modello napoleonico, intorno al 1814, si sostituisca l'organizzazione militare prussiana. Anch'essa, tutto sommato, innovativa. Questo "andare a rimorchio", nella nascita e nella creazione di quell'esercito che più tardi scenderà in campo, per le guerre risorgimentali e per l'unità d'Italia, è un costante punto di riferimento per l'organizzazione militare piemontese. La netta affermazione del generale Joubert, citata all'inizio, con la quale in pratica si fondevano due eserciti (o meglio, si facevano confluire i reparti italiani nelle ormai leggendarie armée) era però soltanto uno dei punti di approdo, in Italia, di un processo di evoluzione militare che prendeva il via dall’ 89 parigino e che era destinato a bloccarsi dopo un solo quarto di secolo. Ma non senza lasciare traccia. I principi sanciti dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino erano, infatti, soprattutto una esaltazione della ragione: unica facoltà in grado di affrancare l'uomo dallo stato di soggezione e di inferiorità cui il feudalesimo lo aveva sottoposto per secoli, restituendogli, in tal modo, quella dignità che lo collocava alla pari di altri uomini artefici della propria storia e del proprio progresso. Proprio nella Dichiarazione, il tema militare non fu trascurato. Recita l'articolo 12 : «La garanzia dei diritti dell'uomo e del cittadino rende necessaria una forza pubblica. Questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l'utilità particolare di quelli cui è affidata ». Quindi dal movimento intellettuale del XVIII secolo (3) scaturiva la nuova concezione dello Stato e delle sue istituzioni non più staccate dalla realtà sociale di cui erano invece emanazione; della sovranità che doveva cessare di essere «gentilizia e personale, possessoria e poi dinastica» (4), fino a coinvolgere le sue stesse istituzioni ed in particolare quella militare. Quest'ultima si presentava, sul finire del XVIII secolo come una «casta, avente costumi privilegi esigenze speciali [...] superba di pompe e di onori avida di potestà e di averi, all'infuori e al di sopra spesso di contro alla nazione, di cui [era] talora la gemma, talaltra la vergogna» (5). Invece l'esercito che nacque con la rivoluzione francese tendeva a collocarsi come portavoce e rappresentante degli interessi comuni di tutti i cittadini. L'articolo 3 della Dichiarazione evidenzia questa nuova concezione: «II principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione; nessun individuo può esercitare un'autorità che non emani espressamente da essa». In pratica, l'istituzione militare non era più tesa alla salvaguardia del potere personale del sovrano, ma era «istituita per il vantaggio di tutti» (art. 12). Questa trasformazione, però, non fu immediata e priva di contrasti, Infatti l'esercito era disorganizzato sia dagli inizi del fenomeno dell'emigrazione, sia dall'opposizione degli ufficiali aristocratici all'organizzazione in Clubs dei soldati. Ma il mutamento fu accelerato dal pericolo di un'invasione straniera, molti artigiani e proletari si arruolarono volontari (15 mila in una settimana a Parigi, 4O mila nei dipartimenti dell'Est), Il patriottismo dei soldati portò alla vittoria di Walmy, Nasceva l'esercito "nazionale" che, per giunta batteva l'esercito dinastico e professionale dei prussiani. Fu, in pratica, una strada senza ritorno. Nel febbraio 1793 fu decisa una leva di 300 mila uomini, nell'agosto dello stesso anno fu approvata, sotto la pressione della base, la leva di massa. Tutti i francesi erano considerati soldati, compresi vecchi e bambini; in pratica essa riguardava i giovani tra i 18 e i 25 anni senza carichi di famiglia. La coscrizione fu dunque il momento più evidente che inseriva l'esercito nella dinamica evolutiva che interessava la quasi totalità degli Stati europei (6). Le vittorie non mancarono. L'operato di tutte le cariche militari, comprese le più alte, venne sottoposto al controllo di rappresentanti del potere civile, due terzi degli ufficiali erano eleggibili. Anche per quanto riguarda il diritto penale, la Rivoluzione apportò notevoli innovazioni (7): fatto che non poteva non ripercuotersi sulle strutture militari anche per l'aspetto disciplinare. La disciplina nell'esercito repubblicano fu fondata sulla norma della fedeltà alla nazione. I tribunali divennero severi con i gradi superiori della gerarchia, e clementi con i gradi inferiori. Nei regolamenti militari, le armate rivoluzionarie introdussero subito i nuovi principi propagati dall’ 89, come dimostrano i seguenti dettati del regolamento di disciplina dell'anno I: «...Sia stabilita in tutti i reggimenti una subordinazione graduale che, senza nulla perdere della sua forza, sia dolce e paterna, e che, fondata sulla giustizia e la fermezza, impedisca qualsiasi arbitrio, pur mantenendo i subordinati nell'osservanza dei loro doveri [...] i soldati siano trattati con la più grande umanità [...] non sia fatto loro alcun torto [...] che le punizioni che alcuni potrebbero meritare siano conformi alla legge [...] che gli ufficiali li conducano, li guidino e li proteggano con quella cura che meritano uomini di valore e dalla cui obbedienza essi si attendono una parte di gloria » (art.1); «L'inferiore obbedirà strettamente al superiore e ne eseguirà gli ordini alla lettera e senza ritardo, Ma prescrivendo tal genere di obbedienza occorre che gli ordini siano conformi alla legge o fondati sulla ragione [...] è vietato a qualsiasi superiore di rivolgere all'inferiore espressioni ingiuriose» (art. 4) (8). Si tratta di norme che appaiono a prima vista assai lontane dai provvedimenti , spesso feroci e di una crudeltà disumana , con cui veniva amministrata la disciplina nelle forze militari dinastiche prima della Rivoluzione francese. Nell' esercito sabaudo, per esempio, le punizioni corporali erano all'ordine del giorno: "tratti di corda", "picchetto", "lingua trafitta", ecc., fino alla pena di morte per impiccagione inflitta per ragioni non gravissime, come l'allontanamento dal quartiere (9). Attenuate, se non eliminate del tutto, le durezze disciplinari tipiche della tradizione dinastica del passato nel 1794 l'esercito francese poteva considerarsi pienamente un esercito nazionale. Per giungere a questo risultato fu necessaria un’economia regolata in funzione della nuova organizzazione militare. Gli effetti positivi di questo nuovo indirizzo non mancarono: 12 armate, per un milione di unità combattenti complessive, riuscirono, nel 1794, a vincere la guerra. Ma questa forza acquisita dall'esercito lo rese indipendente, di fatto, dal potere civile e dalle motivazioni ideologiche che avevano portato al suo rafforzamento. Inoltre, la crisi del direttorio si ripercosse nell’esercito. I soldati erano mal nutriti e mal pagati (10). II numero dei disertori si accresceva continuamente. «II patriottismo si svuotò del suo contenuto repubblicano e umano mentre iniziava a farsi strada il nazionalismo» (11). Questa situazione di incipiente tracollo dell'esercito repubblicano favorì l'ascesa di Napoleone che costruì le sue fortune sull'esercito che la Rivoluzione gli aveva preparato. Ciò avvenne sia per la totale ristrutturazione cui l'organismo militare fu sottoposto (12), che per la subordinazione prima del potere civile a quello militare, poi di entrambi al potere personale dell'imperatore. L'esercito francese raggiungeva, così, con Napoleone un altissimo grado di efficienza; soprattutto per le cure e la priorità che egli aveva posto nell'opera di potenziamento e di miglioramento dell'armata - strumento primo di tutta la sua politica - e non ultimi, per i suoi pregi personali, non necessariamente limitati al solo campo militare. La struttura dell'esercito napoleonico aveva alla sua radice l'esercito rivoluzionario. Perciò si trattava di un esercito epurato dalle forze aristocratiche; ma Napoleone tra il 1800 e il 1804 vi apportò numerosi cambiamenti. Ai suoi inizi, la grande armata prevedeva una forza di 200 mila unità; nel 1805 le forze erano salite a 350 mila uomini. Negli anni seguenti, a causa dell'incorporazione delle truppe alleate, il numero dei soldati saliva ancora. Nel 1812, 630 mila uomini erano mobilitati contro la Russia mentre altri 150 mila servivano in Spagna. Fatta eccezione per i soldati, provenienti dall'estero, le truppe, per un quarto, erano costituite da veterani che avevano preso servizio nei primi giorni della repubblica, un altro quarto era stato arruolato sotto il Consolato, il rimanente cinquanta per cento erano coscritti. Dopo il 1805, il reclutamento annuale fu anticipato : sintomo di una pressione militare crescente. In questo modo il servizio militare diveniva di anno in anno sempre più impopolare ed era difficile raggiungere le quote annuali dei coscritti. La direzione dell'esercito fu fortemente centralizzata. Il criterio di formazione degli ufficiali, in misura sufficiente fino al 1812, era ampiamente fondato sulle capacità personali e sul coraggio dimostrato: chiaro indizio di una dimensione borghese dell'esercito che ritroviamo nella fondazione di due scuole che avevano il compito di formare i nuovi quadri ufficiali: L'école speciale militaire e L'école politecnique (13). Lo stato della disciplina scossa al tempo della repubblica e specialmente nell'epoca del terrore, si riaffermò col Consolato e coll'Impero. Infatti Napoleone riuscì a dosare sapientemente i premi e le punizioni; ottenendo la compattezza dell'esercito anche con una sostanziale riforma dei servizi amministrativi, culminante con la creazione di un apposito Ministero dell'Amministrazione della Guerra (14). Ma dopo la disfatta in Russia (1812), dalla società francese e dall'esercito partirono il disfattismo e l'ostilità per le ambizioni imperiali e per le guerre che queste avevano provocato e provocavano: «lo spirito e il fisico dei giovanissimi soldati con cui si ricostituì la grande Armée dissoltasi nelle steppe russe non erano più adatti ad affrontare disagi notevoli e le conseguenze morali delle successive sconfitte [...] ed ecco che [ritornavano] in misura grave la renitenza, la diserzione e l'autolesionismo, mentre miseria e fame perseguitavano ovunque le truppe francesi...» (15). Come si è detto, la formazione di "un esercito nazionale" nel Regno d'Italia venne subordinata alle suggestioni militari dell'impero napoleonico. Sotto le Alpi, infatti , nelle zone che erano venute a contatto con il modello sociale, politico e amministrativo imposto dai francesi (16), le truppe del neonato "esercito italico" furono subito organizzate attraverso il sistema della coscrizione obbligatoria. In più, la partecipazione alle diverse campagne napoleoniche rappresentò l'elemento unificante tra gli italiani provenienti dalle diverse regioni in opposizione al dominante municipalismo. Tramontato l'astro napoleonico, dopo la disfatta di Waterloo, nell'Italia della Restaurazione, il punto di riferimento per l'organizzazione e la disciplina militare venne ricercato, almeno a livello teorico, nel modello prussiano. Esercito nazionale anch'esso, cresciuto e resosi gradualmente sempre più efficiente proprio sotto lo stesso dominio napoleonico. Dopo la pace del 1806 che imponeva ai prussiani un esercito non superiore alle 42 mila unità e la proibizione di creare ogni genere di milizia, venne infatti escogitato il sistema dei Krümper: alla chetichella ogni reparto mandava a casa dei soldati che venivano sostituiti da reclute. Queste si addestravano per alcuni mesi, venivano rimandate a casa e di nuovo sostituite, e così di seguito. Risultato: l'esercito in grado di mobilitarsi era di fatto superiore alle 42 mila unità previste. Agli inizi del 1813, 70 mila Krümper erano pronti ad entrare in guerra in aggiunta alla Landwher (o difesa del Paese), una sorta di guardia nazionale che comprendeva tutti gli uomini dai 17 ai 40 anni, cominciando da quelli in condizioni economiche agiate. A conferma della efficienza bellica di questa sorta di milizia va citata la campagna di Lipsia in cui la Landwher diede ottima prova di sé. L'esercito prussiano del 1813, cui si rifaranno in parte i sovrani sabaudi della Restaurazione, era già assai differente da quello sceso in campo nel 1806. Anche sul piano disciplinare. Le vecchie e soffocanti norme, rigide e ottuse, erano state sostituite da un atteggiamento più illuminato, che sottolineava le responsabilità civiche al posto dell'antica pretesa dell'obbedienza feudale. La punizione delle frustate, nell'esercito prussiano di Federico Guglielmo III, era del tutto scomparsa. Si era Poi ottenuto un buon livello nelle sfere di comando in cui primeggiavano comandanti del calibro di Blucher, Bulow e Yorck (17). A Restaurazione avvenuta, anche i Savoia si posero il problema di organizzare un nuovo tipo di esercito e norme che ne regolassero la disciplina. In linea con il nuovo quadro politico europeo, Vittorio Emanuele I volle che tutto tornasse "come prima". Ma, almeno dal punto di vista militare, questo non fu possibile del tutto. Come si è detto, si cercò in qualche modo di rifarsi all'esercito prussiano. Anche se, nel Piemonte del 1814, il processo di adeguamento risultò ritardato proprio perché la concezione che il sovrano aveva dell'esercito era ancora sostanzialmente ancorata all'ancien regime.
Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Giugno 2011 16:21  

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